Bruno Agostinelli
Mentre R. Holbrooke, responsabile dell’Afghanistan per il governo americano di Barack Obama, dichiara ufficialmente che la nuova linea non è distruggere le piantagioni di papaveri da oppio ma è quella di incentivare economicamente i contadini a cambiare coltivazione, un misterioso fungo sembra che stia lavorando alle radici delle piante per poi risalire fino al fiore togliendo nutrimento e acqua necessari alla loro crescita. I portavoce dell’ONU e delle Nazioni Unite negano qualsiasi coinvolgimento, dichiarando che il ridotto raccolto causato dalla malattia porterebbe invece ad un rialzo del prodotto finito con un aumento di guadagno per i talebani. L’oppio (dal greco òpion che vuol dire succo) è ottenuto dal Papaver somniferum. Secondo il Sunday Times già nel 1998 era iniziata una guerra biologica al papavero da oppio che avrebbe dovuto bloccare la crescita della pianta rendendo la coltivazione antieconomica per la bassa resa di lattice raccolto. Un nome fa capolino negli ambienti della ricerca scientifica: Fusarium oxysporum, chiamato anche in modo più generico “Agent green”. Agisce disidratando la pianta in cui subdolamente si inserisce. Gli USA nel lontano 1960 erano interessati a compiere esperimenti impiegando questo fungo per sradicare le colture di coca in Colombia e in Perù; poi, però, l’amministrazione Clinton preferì bloccare gli esperimenti in quanto non voleva che questa ricerca fosse percepita come un inizio, un settore, la scheggia di una vera guerra biologica.
Lo studio delle armi biologiche in agricoltura (anti-crop, traduzione letterale “anti-raccolto”), viene da molto lontano; cominciò a farsi conoscere in Germania verso il 1944-45, alla fine della seconda guerra mondiale, ma venne sviluppato da Gran Bretagna e Stati Uniti negli anni seguenti fino ai nostri giorni.
Già nel 1998 in Uzbekistan, un gruppo di ricercatori portava avanti un progetto per la produzione industriale di un fungo capace di distruggere le coltivazioni di papavero da oppio. Come possiamo immaginare, le armi biologiche usate in agricoltura possono essere di una importanza eccezionale in caso di conflitto. Come pure le armi biologiche sviluppate per colpire direttamente alcuni animali impiegati per l’alimentazione umana come per esempio, maiali, pollame (nel 1980 il Ministero dell’Agricoltura Sovietico aveva fatto “mettere a punto” a questo proposito alcuni batteri, virus e funghi chiamando il programma con un nome in codice decisamente singolare: “ecologia”); dobbiamo tener presente inoltre che alcuni di questi microorganismi patogeni potrebbero diffondersi in seguito con facilità negli esseri umani…
Un capitolo di un manuale edito dall’Aviazione militare degli USA dal titolo “battlefield of the future” cioè “campi di battaglia del futuro” ci presenta degli scenari sconvolgenti frutto di fantasia, ma che potrebbero realizzarsi nei prossimi anni, come per esempio un sabotaggio ai campi di cotone in Pakistan o un atto terroristico alle vigne californiane; per non pensare ad un attacco biologico alle coltivazioni di riso in Cina.
Dovremmo cominciare a distinguere fra lotta antiparassitaria biologica e armamenti biologici; poi chi decide e divide i soggetti “buoni” da quelli “cattivi” quelli letali da quelli non mortali, quelli che attaccano piante o quelli che si nutrono di insetti che a loro volta distruggono colture; quelli naturali da quelli chimici, gli animali dai vegetali, ecc…? Solo la ricerca ci potrà dare queste risposte; poi la politica, il buon senso potranno fare il resto. Le Università e i centri di ricerca pubblici e privati di tutto il mondo sono i luoghi da cui dovranno giungere le risposte adeguate. Solo attraverso la ricerca si potrà abbattere la crisi globale e attraverso di essa potrà avvenire l’innovazione. E’ l’innovazione il nostro obiettivo, quello dei nostri figli. La genialità, che ha contraddistinto fino ad ora la nostra impresa non basta più; bisogna promuovere dei corsi di specializzazione di laurea diretti ai lavoratori delle aziende, per fare scienza attraverso l’impresa, per allargare l’informazione, la cultura. In altre parole dobbiamo cercare di applicare la scienza a scopi pratici, che talvolta non sono gli stessi obiettivi di alcune Università che, per abitudine, preferiscono operare nel senso più tradizionale della conoscenza. Bisogna che i tecnici, i ricercatori delle nostre Aziende possano aggiornarsi e relazionarsi fra loro attraverso culture e lingue diverse; bisogna che gli Atenei comincino a collaborare attivamente fra di loro. Se le nostre Università si specializzassero, sentirebbero meno la concorrenza domestica, ma potenzierebbero il loro spirito di competitivo attraverso nuove sfide con altri Paesi; così i risultati guarderebbero verso confini con orizzonti più vasti.
La cooperazione fra Università ed imprese deve essere solidale, più sentita. La conoscenza e le relazioni fra gli individui rendono le nostre imprese “UNICHE”. Il know-how che ne deriva è altrettanto “UNICO” ma il pensiero che ci deve guidare è la base su cui poggerà il nostro futuro: innovazione, rinnovamento; solo così non saremo gli uni la copia dell’altro. Non è detto che la tradizione non possa essere aperta alla modernità; proprio la ricerca ci può aiutare. Cominciando da noi stessi; potremo scoprire meglio noi stessi, solo attraverso lo studio e l’esercizio continuo e disciplinato del nostro lavoro. Riflessione è anche azione. Ma c’è tempo per tutto; quando è il momento di riflettere riflettiamo, quando è il momento di agire, agiamo.
Natural 1 è lieta di presentarvi anche su questo fascicolo, diversi articoli che seguono questo credo di azione, questo spirito di ricerca: uno studio condotto dall’Università di Bologna e dall’Università di Pavia sullo Psyllium e il Guar; nel settore cosmetico una ricerca sull’olio di Argan, diretta da ricercatori dell’Università Cattolica del sacro Cuore di Roma; Phytovet, un progetto sulla Piantaggine maggiore portato avanti da tre laboratori appartenenti all’Ateneo Triestino e da due laboratori di Udine in sinergica collaborazione e uno studio pilota sul trattamento infusionale di Silibinina del Cardo mariano che viene dalla Germania, scritto da Volker Schulz.
E un interessante articolo sull’Orto Botanico di Cagliari corredato da splendide fotografie.
Anche l’occhio vuole la sua parte!
Buona lettura e buona visione!