• Nessun prodotto nel carrello.

Editoriale novembre 2009

firma

Bruno Agostinelli

Sono passati diversi anni dal giorno in cui dovevamo prendere la decisione se inserire nel sottotitolo di copertina il termine “alimentazione” oppure “nutraceutica”. Questo termine era un termine assolutamente “nuovo” dieci anni fa e, mentre ora è spesso impiegato, in quegli anni era oggetto di attenzioni ma anche di critiche. Nutraceutica era un neologismo, nato dall’unione di due termini: “nutrizione” e “farmaceutica” e si riferiva allo studio di alimenti che hanno una funzione benefica sulla salute umana. Gli alimenti nutraceutici vengono anche definiti alimenti funzionali o functionals. Un nutraceutico dovrebbe essere un alimento salutare che associa a componenti nutrizionali selezionati le proprietà curative di principi attivi naturali. E’ da sottolineare che la ricerca scientifica ha confermato che non tutto ciò che è naturale è buono e salutare, come è superficiale cercare di dimostrare che le vitamine o i minerali presenti in un integratore si possono ottenere anche solo dall’uso alimentare di cibi appropriati. Inoltre, come ben si può immaginare non si può fare alcuna affermazione senza tener conto del discorso qualitativo e quantitativo.
Due concetti molto importanti da ricordare per chi si impegna nelle nuove scienze dietetiche nutrizionali.
La prevenzione attraverso l’alimentazione e la consapevolezza dei nutrienti essenziali contenuti negli alimenti; ecco quindi altre discipline introdotte dalla scienza biomedica e biotecnologica. La nutrigenetica, la cibo-farmaceutica, che, come la nutraceutica, nascono da un’ alimentazione ragionata. Certi termini potranno essere ricordati nel tempo e altri avranno vita breve. Alcuni sono termini scientifici e indicano una disciplina, una scienza nuova, altri indicano oggetti, esprimono concetti più comuni usati nella vita di tutti i giorni. Alcuni sembrano necessari e fanno parte di un mondo, di un settore, altri sono solo di moda. Sono tutti neologismi di cui ormai la nostra lingua si serve comunemente. La maggior parte di essi oggi ha origine straniera, anglosassone e domina attualmente il campo scientifico e tecnologico. Sono detti forestierismi, in molti casi oggi anglicismi. Un tempo venivano importati volentieri dalla Francia (soirèe, cabaret, abat-jour, dépliant, reclame, decolletè, ecc…).
Ci sono dei termini intraducibili come “happy hour”(ora felice?!) “ shampoo”o “best seller” che è ormai entrata nell’uso corrente (anziché “successo editoriale”) o “air-bag”, ma ce ne sono anche di traducibili come “fashion”(moda), “brand”(marchio), “mission” (missione) e tante altre.
Ci sono anche termini usati a sproposito (pseudofrancesismi o pseudoinglesismi) che fanno parte ormai della nostra lingua; la maggioranza crede che siano parole straniere e le impiega con disinvoltura nel Paese dal quale crede abbiano origine…in Francia per esempio chiediamo una “brioche” al posto di chiedere un “croissant” (la brioche è un tipo di pane dolce, non quello che intendiamo noi), un “frappé” anziché chiedere un “milk shake”. Alcuni si lamentano perché non riescono a spiegare al disorientato portiere inglese dell’albergo, che non si trova lo spazzolino da bagno per pulire il… in italiano ci ostiniamo a chiamarlo “vater”, in inglese pronunciato correttamente “uoter” (incredibilmente giusto “vaso sanitario”, termine che per fortuna nessuno usa e in inglese invece comunemente detto“water closet”).
I giovanissimi parlano di play station, hardware e software, le donne di shopping, mentre durante un “fine settimana” (non Weekend) proprio mentre stiamo pagando al casello della autostrada, arriva sul nostro cellulare un sibillino messaggio dal gestore telefonico: “life is now”.
Non parliamo poi della televisione con i vari “serial killer” e acronimi tipo C.S.I (criminal scene investigation).
Ci sono dei termini che accettiamo come PC o Computer; non ci sogneremmo mai di tradurre con “elaborateur éléctronique” come per esempio succede in Francia (dove si cerca addirittura con una legge del 1994 di difendere la propria lingua da invasioni ingiustificate…ah la Grandeur!)… oppure “blue jeans”(una delle prime parole inglesi entrate in Italia nel dopo guerra) dalla improponibile traduzione: “pantaloni blu”.
Ma mi rifiuto di dire director-sales, preferendo dire direttore vendite; lo staff per me è il personale; partner è il socio; un meeting può essere chiamato anche più familiarmente riunione; passi pure il “look” (difficile tradurre in modo efficace con “aspetto”) ma no… assolutamente no a “location”; ma li sentite come sono ridicoli quando anziché dire in italiano “dove ci si trova?”, chiedono “dove è la location?”
Non capisco il Governo Italiano che chiama un suo ministero “ministero del Welfare”.
E’ uscito il nuovo vocabolario Zingarelli 2010. Chissà se troveremo parole come:
cliccare, digitare, formattare, testare, mouse, backup, server, hacker, chat, che sono squisitamente informatiche, quindi di dominio inglese, come la terminologia tecnica della Comunicazione.
Hei, siete on line? Mi sentite? Pronto?
Keep in touch, teniamoci in contatto!
Se vi arriva un SMS (short message service) o su MSN (Microsoft Service Network) vi chiedono la ASL, attenzione!…non vogliono l’indirizzo della vostra Azienda Sanitaria Locale, ma è l’acronimo di Age, Sex, Location, (quanti anni hai, di che sesso sei, di dove sei?)
Un editoriale curioso in momenti di riflessione.
“In dubiis abstine”. Se hai dei dubbi, non prendere nessuna decisione.
Ciao! (dolce parola italiana impiegata e capita da tutti in qualunque latitudine)