Franco Zavagno
Ho sempre nutrito un’istintiva diffidenza per le soluzioni tecnologiche ai problemi ambientali, consapevole del ruolo che la tecnologia ha avuto in quanto causa prima nel costruirne le premesse. Valga per tutti l’esempio della plastica, salutata come un materiale quasi miracoloso al momento della sua comparsa sul mercato e che, in pochi decenni, ha invaso il mondo e rappresenta oggi un importante fattore di degrado ambientale. Arrivando a dare forma a un’enorme isola galleggiante in mezzo all’Oceano Pacifico, con un’estensione stimata di almeno un milione di chilometri quadrati (più di tre volte la superficie dell’Italia). Non credo occorra ribadire gli effetti che questa massa di rifiuti ha sulle creature marine, dai tanti animali che soffocano per avere ingoiato dei sacchetti di plastica alle particelle di minuscole dimensioni che, inglobate nelle catene alimentari, ne alterano profondamente gli equilibri. Né vanno dimenticati i poco apprezzabili effetti estetici e paesaggistici.
Un caso particolare è quello delle cosiddette “microplastiche”, termine con il quale si identificano particelle di diametro generalmente inferiore a 5 mm: esse possono essere di origine primaria, ovvero rilasciate direttamente nell’ambiente in quanto tali, o secondaria in quanto derivanti dal processo di degradazione di oggetti quali, ad esempio, buste e bottiglie di plastica. Quanto alle conseguenze della loro immissione nell’ambiente, esse possono giungere anche sulle nostre tavole, con effetti ancora in gran parte ignoti. Incredibile è il numero di oggetti di plastica che vengono oggi prodotti e diffusi ovunque nel mondo, in gran parte articoli “usa e getta” come bottiglie e posate monouso o materiali largamente utilizzati per confezioni e imballaggi di ogni genere (es. polistirolo).
Non credo nemmeno che la soluzione possa venire da scelte quali la raccolta differenziata e il riciclaggio che rappresentano, piuttosto, un modo fasullo e ipocrita per occultare i danni causati dall’uso indiscriminato della plastica. Per fornire un alibi consolatorio a tutti noi, quando la utilizziamo, e illuderci di salvaguardare il pianeta dimenticando, come ho già avuto modo di sottolineare altre volte, che la raccolta e il riciclaggio hanno un costo energetico assai elevato e sono essi stessi fonte di inquinamento (basti pensare al traffico indotto dalle attività di raccolta e trasporto del materiale destinato ad essere riciclato). Siamo di fronte a una società palesemente incapace di cambiare rotta, anche quando divengono evidenti i danni provocati dai processi e dalle dinamiche da essa stessa innescati.
Questa incapacità rappresenta uno dei caratteri tipici della società attuale, in cui la soluzione di un problema, di qualsiasi natura, viene per lo più ricercata in ambito tecnologico, sia che si tratti di una malattia, da curare con un farmaco ad hoc, piuttosto che del cambiamento climatico, a cui si pensa di rimediare tramite la geoingegneria. Sottacendo quelle che sono, probabilmente, le vere cause di questi fenomeni, ovvero i miti fondanti della cultura produttivista-consumistica che ha plasmato la società globale. Omologazione e sottomissione a una religione laica ispirata al culto del denaro e del potere, obiettivi perseguiti attraverso una competizione esasperata e spesso fraudolenta. In questo contesto la ricerca di consapevolezza viene svilita al rango di un inutile spreco di tempo, irrisa come la stranezza di pochi irriducibili utopisti, a cui guardare con un sorriso benevolo di tolleranza.
La storia dovrebbe però suggerire una maggiore cautela: la figura, seppure mitologica, di Cassandra rappresenta l’archetipo della saggezza inascoltata di chi, conscio di un futuro peraltro facile da prevedere, vorrebbe evitare agli uomini una sorte nefasta. Raimon Panikkar, in “Ecosofia” (Jaca Book 2015), afferma: “Qualche piccola modifica dei parametri attuali non ci condurrà certo fuori dal vicolo cieco; né una semplice riforma, che non farebbe altro che prolungare l’agonia di un sistema condannato a morte.”. E André Gorz (pseudonimo di Gerhart Hirsch, fondatore dell’ecologia politica), in “Ecologia e libertà” (Orthotes Editrice 2015), aggiunge: “Una vita più ricca non è solo compatibile con una riduzione di beni prodotti; una vita più ricca esige una tale riduzione.”. Messaggi di una consapevolezza lucida e sempre più attuale, accolti da un silenzio inquietante.
Ricordo quando, agli esordi del movimento ambientalista, la soluzione ai problemi creati dal continuo incremento del traffico motorizzato (es. inquinamento dell’aria, saturazione della rete stradale e conseguente nuova urbanizzazione) si pensava fosse ridurre l’uso dell’auto, ora si ritiene di potervi rimediare acquistando un veicolo con motore elettrico. Segno dei tempi mutati, transizione da una posizione di critica ai fondamenti della società consumistica alla sua sostanziale accettazione.