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Editoriale gennaio-febbraio 2011

Autori:
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Bruno Agostinelli

Brand è un meraviglioso paesino dell’ Austria; ma è anche il nome di un personaggio arrivato in Italia un paio di mesi fa a presentare il suo libro “una cura per la terra”. Se non avessi letto la notizia in tempo su un quotidiano locale che solitamente non leggo, non avrei conosciuto un tipo di ambientalista interessante, assolutamente atipico, acuto, che stimola con i suoi studi la nostra intelligenza e ci invoglia a non vedere le cose da un’unica prospettiva. Per intenderci un tipo di biologo ecologista che col tempo ha avuto il coraggio di ammettere che aveva cambiato alcune idee, un signore che oggi parla a favore di certi organismi geneticamente modificati e di un certo tipo di energia nucleare, mettendo in discussione molti pregiudizi. A prescindere quindi dalla validità delle idee e dal consenso, una persona interessante, da leggere. Ma io l’ho scoperto solo attraverso una serie di combinazioni…
Immaginiamo di seguire un amico immaginario, Alberto; che si reca al lavoro in una redazione di fantasia, un giorno qualunque della settimana.
Il nostro amico al mattino esce sempre di corsa, compra il giornale, cerca di leggere i titoli e qualche approfondimento in piedi sui mezzi, oppure in macchina se è in ritardo, fra un semaforo rosso e l’altro, incalzato dal clacson della macchina che segue. Arriva in ufficio, siede alla scrivania e scorre rapidamente le notizie e lì fa il vero primo assaggio di cultura. Poi lascia il giornale sulla scrivania (l’idea è quella di continuare a leggerlo per approfondire alcuni temi in qualche ritaglio di tempo, ma solitamente Alberto non riesce nella sua impresa e il giornale finisce nei contenitori bianchi). Poi il lavoro, la posta, internet, arrivano almeno cinquanta e-mail nonostante gli antispam installati, bisogna filtrarle, selezionarle, archiviarle o sbarazzarsene. Poi entrano i collaboratori e si comincia a discutere di notizie, bozze… si comincia a “produrre” in altre parole; ma bisogna sempre essere informati sulle “ultime” e quindi in alto a sinistra nella home page del PC c’è ANSA; un’occhiata ai titoli è il minimo…intanto suona il telefono. Anzi suonano due telefoni, quello dell’interno (lo stanno cercando dal centralino) e quello del cellulare (è comunque il telefonino aziendale quindi bisogna rispondere). Alberto compie il suo dovere, intanto il tempo passa e l’articolo che sta scrivendo per il giornale è ancora nella sua mente, ma in fase embrionale, non riesce a prendere forma. Le notizie scorrono, vanno in una direzione poi ne prendono un’altra, si inseguono veloci concordi, per poi diventare discordi, alternanti e lasciarci sconcertati in imbarazzanti momenti di confusione.
E’ il momento della riunione/conferenza; bisogna salire al secondo piano e prendere posto; un momento… dobbiamo ricordare il registratore e l’E-reader. Ci sediamo (sono già arrivati in molti, vengono anche da fuori città per questo meeting); i relatori cominciano a parlare. Cerchiamo di prestare la massima attenzione a quello che sentiamo ma…ah dobbiamo ricordare di silenziare il cellulare, anzi i cellulari (quello del lavoro e quello personale). Iniziamo a prendere appunti ma è difficile…un collega seduto vicino a noi ci strizza l’occhio e ci mostra sul suo netbook le fotografie delle vacanze; il cellulare che stiamo spegnendo ci mostra un nuovo messaggio…
E’ difficile fare mente locale e decidere su cosa concentrare la nostra attenzione. E’ un bombardamento continuo, incessante; un bombardamento di informazioni, ma quali sono quelle “giuste” e quali dobbiamo ricordare perché ci serviranno? Ci sono mere comunicazioni che entrano nell’iride senza lasciare traccia nel cervello e ci sono notizie che entrano nelle orecchie e ronzano incessantemente lì, fino a che non troviamo un mezzo per archiviarle. E poi… cosa rimane dopo questa grande immersione nel mare della comunicazione? Indubbiamente ne veniamo forgiati, ma molto dipende dalla base su cui le informazioni si depositano. Se la base è recettiva potremmo avvantaggiarcene, se è poco recettiva potremmo entrare in confusione e fraintendere. Anche il termine “recettivo” si presta a mille interpretazioni e questo accumulo di informazioni potrebbe anche essere troppo per noi e i nostri limiti. Ma come si decide cosa trattenere e cosa gettare…è una tecnica inconscia oppure dobbiamo allenarci e imparare con metodo ad archiviare… a ricordare… a dimenticare…? A scuola ci hanno insegnato a convivere con tutto questo, a trarre vantaggio e a metabolizzare le informazioni? Non credo che esistano corsi che insegnano a discernere le cose da ricordare da quelle da dimenticare e che ci potrebbero aiutare molto nella nostra formazione e crescita di homo sapiens.
Credo che i ragazzi oggi posseggano una attenzione “periferica”. Riescono a vedere la televisione e nel contempo a studiare, a scrivere o giocare sul computer; come nella percezione sensoriale della disciplina zen. Nessuna attenzione particolare, ma sono le cose che si manifestano a noi, se noi siamo pronti ad accoglierle. L’importante è la predisposizione mentale per questa esperienza. Se si guarda l’orizzonte con concentrazione, non ci si accorge di quanto accade vicino a noi ma se si guarda nel vuoto lasciando galleggiare la nostra attenzione non fissando nessun oggetto in particolare, ecco che allora la nostra sensibilità percepisce anche cose che non vediamo, quelle che toccano il nostro spirito, quelle che magicamente ci posseggono e non ci abbandonano più, diventando esse stesse terreno di coltura, il nostro terreno… che dovrà essere il più puro possibile, vuoto, sgombro da pregiudizi concettuali. Gioca un ruolo importante la pulizia intellettuale, l’istinto, il sesto senso e la materia di cui siamo fatti; il substrato su cui si poseranno i semi. Perciò è più importante la formazione del contenuto; perché la qualità del frutto è figlia del terreno su cui cresce. Oggi Il sapere può essere chiamato “conoscenza convenzionale”. Ma tutti sanno che tale conoscenza, può essere arbitraria. Cosa avviene della mia mano se la stringo a pugno? Diventa un pugno, almeno così è chiamata convenzionalmente, ma è pur sempre una mano.
Per quanto tempo riusciamo a concentrare la nostra attenzione in quello che stiamo facendo senza perderci in particolari che ci distraggono? Ci sono dei momenti di riposo nella nostra mente sempre itinerante che dovremmo rispettare, a parte il sonno? Quanto incidono questi momenti sulla nostra memoria, sulla nostra salute psicofisica?
Il mio augurio per quest’anno è che troviate più tempo per voi stessi e che possiate continuare serenamente il vostro viaggio, qualunque esso sia e dovunque vogliate giungere. In fondo però, arrivare implica la fine di qualche cosa…e (rifacendomi ad un detto -inglese- se non sbaglio) noi invece preferiamo viaggiare bene; è più stimolante!
Buon viaggio dunque! Teniamoci compagnia!